Morselli: la “solitudine” dello scrittore

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Morselli: la “solitudine” dello scrittore

Se, tra gli altri, Orhan Pamuk ne ha magnificamente descritto la condizione esistenziale (“Per diventare scrittore pazienza e fatica non bastano: si deve anzitutto provare l’impulso irresistibile a fuggire la gente, la compagnia, la quotidianità, e a chiudersi in una stanza”), Guido Morselli ne è stata l’incarnazione esemplare, anzi ha pienamente realizzato i consigli del Nobel turco.

Da un certo periodo della sua vita, durante la giovinezza, dopo divertimenti, balli, viaggi in Europa, ha fuggito i suoi simili e si è ritirato nell’eremo di Santa Trìnita di Gavirate, vicino a Varese, come è noto (dall’introduzione di Realismo e fantasia, saggio di Morselli pubblicato, in 1200 copie, nel 1947 dai fratelli Bocca di Milano - con il contributo economico della famiglia di Morselli stesso - e ripubblicato di recente dalla Nuova Editrice Magenta; n.d.r.).

Tale scelta avveniva a partire dall’inizio degli anni Cinquanta, anni di dopoguerra, durante i quali l’editoria italiana consolidava il processo di industrializzazione, rinnovando i canali distributivi e rafforzando le vendite, diffondeva i tascabili, diversificava i generi, affiancando una nuova saggistica alla preminente narrativa.

Era una editoria di carattere ancora prevalentemente ‘artigianale’, dove forte e predominante - tra i grandi conduttori (Mondadori, Rizzoli, Bompiani, per citare solo i principali) - era il rapporto autore/editore, in molti casi un vero e proprio sodalizio personale, fatto di lavoro ma anche di amicizia (vedi la vicenda Bompiani/Zavattini, per esempio - rif. Cinquant’anni e più. Lettere 1933-1989, edito da Bompiani; n.d.r.). Numerose allora le figure di intellettuali assoldati da questi grandi editori e molto spesso scrittori in proprio oltre che pregevoli direttori editoriali (Pavese, Vittoriani, Sereni, Calvino, Fruttero ecc).

Editoria ‘umana’ ? vogliamo dire, rispetto alla rivoluzione spersonalizzante di questi ultimi anni (sia detto senza toni di inutile nostalgia), la rivoluzione tecnologica e digitale, e un futuro che si prospetta, lontano o vicino, ‘senza’ carta. Per inciso un’epoca, quella odierna, alla quale Morselli, amante delle vecchie carrozze trainate da cavalli, amante dei vecchi treni, difficilmente si sarebbe adeguato (l’ebook gli avrebbe fatto orrore)..

Eppure viviamo in un periodo dell’editoria che porta al successo a volte planetario, sfornando fenomeni editoriali capaci di toccare cifre di tiratura e soprattutto di diffusione davvero straordinarie (si pensi ai libri dell’americana James, Cinquanta sfumature di nero/grigio/rosso), si pensi in Italia al nostro Massimo Gramellini che a fine anno probabilmente toccherà con Fai bei sogni il milione di copie, la Tamaro con Va dove ti porta il cuore arrivò a due milioni). A quali fattori si devono questi record? Alla televisione, alla rete Internet, ai social network. A un abnorme passaparola, che un tempo non ci si sognava neppure.

Allo scrittore Guido Morselli, il quale si trovava nella condizione apparentemente perfetta per essere ‘personaggio’ e scrittore ideale, tutto questo è stato negato. Negata la pubblicazione e l’incontro con una comunità di lettori che ne avrebbe decretato il successo (solo postumo, invece), negata (ma forse non sarebbe stata desiderata o accolta) una esposizione mediatica al pubblico, la reazione della critica, dei giornali, le passerelle televisive, le apparizioni all’estero.

Guido Morselli avrebbe ‘schivato’ tutto questo, per indole, ma avrebbe continuato a produrre i suoi libri stando nell’ombra. Inutile ricordare l’aneddoto di una visita milanese - durante le famose peregrinazioni editoriali - presso la Mondadori, quando volle nascondersi dietro a una colonna per sottrarsi alla vista di Giorgio Mondadori che era stato suo compagno di studi. Morselli rifiutava le raccomandazioni, i contatti con quanti potevano favorirlo. Sapeva mostrarsi anche lievemente spazientito con funzionari ed esponenti del mondo editoriale (mondo amato e in parte disprezzato) che trattenevano troppo a lungo i suoi dattiloscritti senza emettere un parere, un giudizio. E ne pretendeva la restituzione, scaduti certi limiti temporali che egli stesso si piccava di fissare.

Eppure Morselli sapeva benissimo come entrare in contatto con quel mondo, al quale aspirava con tutte le forze: ci sono rimaste lettere significative e tra l’altro ricche di dettagli di storia editoriale e del clima degli anni in cui furono scritte. Esemplari le lettere a Italo Calvino. Al di là del sostanziale ‘rifiuto’ editoriale e la querelle che passò tra i due sul romanzo Il comunista in particolare, qualcosa evidentemente li accomunava, per certi aspetti: più giovane Calvino di oltre un decennio (lo scorso 15 ottobre Calvino avrebbe compiuto 89 anni), taciturno, avaro di parole, “curioso di se stesso senza possedere un io, senza ostentarlo” (sono parole di Pietro Citati), come del resto lo scrittore varesino. Ogni volta che scriveva un libro Calvino cominciava ex novo: “Scrivo ogni libro come se fosse il primo, come se non avesse rapporto con nessuno degli altri”. Uno scrittore che non si ripete mai, uno scrittore sperimentale di progetti diversissimi tra loro: stiamo parlando di Calvino o di Morselli? (inutile ricordare la varietà dei temi e degli ambienti toccati nei romanzi di Morselli: la storia, con Divertimento 1889, la politica, ne Il comunista, la teologia, con Fede e critica, la fantateologia, in Roma senza papa, la controstoria, di Contropassato prossimo).

Di sé Italo Calvino diceva: “faccio lo scrittore”, non “sono uno scrittore”. Fare anziché essere ha valore assiomatico. Morselli sulla propria carta d’identità si era definito “agricoltore”.

L’agricoltura, l’amore per la campagna, la vita agreste, contro la città, l’alienazione della città. Per certi aspetti oggi si assiste a una sorta di riscoperta, di ritorno all’agricoltura.

Accomunati anche da questi temi, torniamo a Calvino e Morselli e alla loro capacità rara di dare valore alle “presenze umane”.

Tra i due passò - alla lontana - una corrente sotterranea di umanità autentica e i due si conobbero più profondamente che se mai si fossero incontrati. Basta leggere le parole di un accorato invito che è quasi un autoritratto intimo, domestico: “Caro Calvino: qui da me, a Santa Trìnita, non ho né aspirapolvere né frigorifero (d’estate, ci ho un bosco vicino, metto le bottiglie al fresco nel bosco). Non ho nemmeno la TV! In cambio ho un discreto cavallo da sella, col quale esploro la montagna che incombe subito dietro la mia casetta. Ho potato quest’autunno certi rosseggianti pini di Scozia, i cui rami ricchi di materie resinose dall’aroma profumato, ho messo da parte (potati da me, si capisce) da bruciare sul caminetto nelle grandi occasioni. Lei mi venga a trovare, e il pino di Scozia arderà in Suo onore”.

E Calvino gli scrisse: “Sono contento d’essere entrato in corrispondenza con Lei. Il Suo invito è allettante, e mi riservo di approfittarne molto volentieri. Nel caso mi trovassi da quelle parti, posso telefonarLe?”.

Valentina Fortichiari


Valentina Fortichiari è nata, vive e lavora a Milano, in campo editoriale. Saggista, ha curato in particolare l’opera di Guido Morselli e Cesare Zavattini. Sui due autori, oltre ad altri, ha curato i volumi: Guido Morselli: immagini di una vita (Rizzoli, 2001) e Valentino Bompiani - Cesare Zavattini, Cinquant’anni e più. Lettere 1933-1989 (Bompiani, 1995).

Come autrice ha pubblicato Lezione di nuoto. Colette e Bertrand, estate 1920 (Guanda, 2009), ispirato al mondo di Sidonie Gabrielle Colette (scrittrice francese, autrice del romanzo Chéri, da cui è stata tratta l'omonima trasposizione cinematografica a opera di Stephen Frears).

Nuotatrice a livello agonistico, Valentina ha scritto anche un manuale sul nuoto (Nuotare tutti subito e bene, Tea).


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