Chiedi alla polvere di John Fante

Il commento...

“Chiedi alla polvere”
di John Fante


Acquista su laFeltrinelli/IBS/inMondadori

«A volte un'idea fluttuava innocente per la stanza, come un uccellino bianco. Non aveva cattive intenzioni. Voleva solo aiutarmi, l'uccellino. Ma io lo colpivo, lo abbattevo con i tasti, finché mi moriva tra le dita…»

Ho letto “Chiedi alla polvere” (disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori), l’opera più famosa di John Fante, al mare.

Probabilmente non è il libro più adatto da leggere in spiaggia, ma quando prima di partire ho cominciato a sfogliare vari romanzi per decidere quale portarmi dietro sono rimasta subito catturata dallo stile narrativo di John Fante. Le prime, poche, righe sono bastate a trascinarmi dentro le pagine della sua storia.

Che è vera, quasi del tutto biografica, forse un po’ romanzata, ma che comunque racconta la vita dei suoi esordi di scrittore, quando a 20 anni cercava fortuna sotto il sole cocente della California, ferita dalla Grande Depressione e nelle strade polverose di Los Angeles.

E lo fa attraverso il suo alter ego, Arturo Bandini, che all’inizio della vicenda ha pubblicato un racconto e sogna un avvenire di grandi successi e gloria.

Al momento, però, Bandini si scontra con la povertà e il classico blocco dello scrittore. Al bisogno di scrivere si mescola il bisogno di vivere, unica possibile fonte d’ispirazione per dare fiato al suo talento, e sperimenta l’amore -tinto di fallimento- nei confronti di una ragazza ispano-americana, Camilla Lopez. Due mondi diversi eppure in qualche modo simili, che s’incrociano senza riuscire a incontrarsi davvero, nella disperata ricerca di una pace e di un calore che non troveranno mai perché, semplicemente, non esiste rimedio.

Sullo sfondo del deserto californiano, e in quella città dove relitti umani si trascinano al sole senza più radici né speranza di un futuro diverso, sporchi di una polvere “da cui non cresce nulla” che entra nelle ossa e nell’anima, Bandini capirà alla fine come la forza di un essere umano possa soccombere a una falsa illusione di felicità, che altro non porta se non maggior solitudine e sofferenza, diventando rinuncia, incapacità di continuare a lottare, arresa.

Di questo libro ho amato molto le descrizioni senza fronzoli, schiette e spesso aspre, di luoghi cadenti e dei giorni grami, di personaggi affamati e sconfitti, degli eterni cieli azzurri senza neanche una nuvola.
Ho letto ogni pagina tutta d’un fiato, divertita e commossa, col groppo allo stomaco quando il finale mi ha colta circondata da un silenzio surreale.

La grandezza nello stile narrativo di John Fante è nel saper magistralmente mescolare dolore e drammaticità a un’ironia sciolta e leggera, che talvolta sfocia addirittura nel bizzarro fino a regalarci stralci di letteratura dell’assurdo.
Cosa che ne fa non solo un capolavoro, ma anche una delle più belle commedie tragiche della letteratura americana del Novecento.

John Fante (di cui potete leggere anche il breve approfondimento, pubblicato in occasione del Festival Letterario “Il Dio di mio padre” - Sulle tracce di John Fante - n.d.r.) è nato a Denver, Colorado, l’8 aprile 1909, figlio di un abruzzese emigrato in America nel 1901. Nel 1935 scrive il suo primo romanzo, “La strada per Los Angeles”, pubblicato postumo nel 1985.

Esordisce davvero nel 1938 con “Aspetta primavera, Bandini”, che ottiene subito un grande successo, e l’anno seguente replica con “Chiedi alla polvere”. Muore l’8 maggio 1983.

Da questo romanzo è stato tratto nel 2006 l’omonimo film diretto da Robert Towne, con Colin Farrel e Salma Hayek.


John Fante, “Chiedi alla polvere” - disponibile online su laFeltrinelli/IBS/inMondadori

 

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