La coda del logos di Savino Carone

Il commento...

La raccolta di versi “La coda del Logos” di Savino Carone (Youcanprint), per le sue qualità  - solitamente rare tra gli autori self-publishing - si annuncia come una delle novità più interessanti nel panorama del genere.

“La coda del Logos” suggerisce la chiusura del pensiero razionale in un circolo vizioso, la sua incapacità di comprendere compiutamente il reale, laddove, per altra via, il mito, l’utopia e il sentimento promettono una comprensione più piena e profonda delle cose.  

Si tratta di poesie nate per colmare la paura di un «improvviso vuoto», ma anche per soddisfare un’esigenza spirituale di autenticità, «per disvelare la verità, non come rappresentazione, ma come essenza», «al di là della Babele di significati e significanti». Il fil rouge che sembra legare i versi è il vissuto di un’anima sensibile e colta, che ricorda e racconta emozioni, sensazioni, stati d'animo, pensieri, legati ai volti di persone care, a paesaggi e luoghi amati, al volgere delle stagioni e alle stagioni della vita. Su questi temi si allunga il riflesso di pesanti drammi sociali - lo sradicamento, l’emigrazione, il lavoro alienante, il mondo delle periferie urbane di “L’ultima volta che vidi passare me stesso”, non-luoghi come la Stazione di Milano, la droga in “Netta contrapposizione di colori” - e l’ombra di una sottile angoscia metafisica («come questa giornata vuota e amorfa mi consumo»).

Savino Carone possiede una non comune capacità evocativa: per esempio, nelle poesie dedicate all’isola descrive con forza e bellezza un luogo reale e mitico al tempo stesso («adagiata come un volatile di mare nell’aria grigia di lieve inverno marino» in “Lontano mi porta la nave”; o «mi resta negli odori un’eco assai lontana di voci ferrigne, di rumori sordi» in “Isola”). Un luogo che assurge a metafora della condizione umana: un’isola, appunto, tra onde sonore, in cui voci, parole e silenzi sono come navi «che al buio brevemente, alla deriva, s’incrocino».   

 

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