“Una Cosa Giusta”: un Viaggio, una Storia, un Documentario – reportage

Il reportage...

“Una Cosa Giusta”: un Viaggio, una Storia, un Documentario

Di seguito, il resoconto dell'incontro di presentazione di “Una Cosa Giusta”: un Viaggio, una Storia, un Documentario, con Giuseppe Cederna, che si è svolto lo scorso 11 giugno, presso la “Libreria del Mondo Offeso” di Milano

In un tardo pomeriggio di giugno abbiamo conosciuto Giuseppe Cederna, non l’“attore” - interprete di tanti successi cinematografici - ma l’“uomo”.

Un uomo, partito per un viaggio in India con gli amici, che durante il suo cammino ha trasformato il suo viaggio in un’avventura umana, in un'occasione di conoscenza e di solidarietà.

La libreria del Mondo Offeso, in un grazioso cortiletto interno, è già piena di persone. L’atmosfera è davvero bellissima. Laura (la proprietaria) è una splendida ed accogliente ospite.
All’interno, le pareti sono un’unica libreria, siamo circondati da libri, da storie.

“Le storie portano Incontri”, dirà poi Cederna.

Sta per piovere. Arriverà, più tardi, nel corso dell’incontro, una pioggia violenta, breve e intensa.
Giuseppe, camicia bianca e pantaloni neri, trasmette serenità. Ci racconterà anche del senso dell’acqua degli indiani.

Sembra che quasi - da qualche sconosciuta “divinità” - sia stato scelto il pomeriggio ideale.

Giuseppe inizia a narrare la sua “avventura”: ci racconta che il suo viaggio è iniziato come una qualunque avventura tra amici. Un viaggio che parte dalle gambe, poichè saranno le gambe che li porteranno a girovagare, destinazione il nord-ovest dell’India, gli Hills Himalayani, verso le sorgenti del Gange.

Le storie sono come i grandi fiumi che scendono dalle montagne. S’incontrano, cambiano il loro corso. Ad ogni incontro si modificano ma conservano la memoria di quello che erano poco prima.

L’acqua in India è energia, una divinità femminile. La madre. In India sulle sponde del Gange, sulle rive dei fiumi si va per ringraziare, per pregare, per consegnare i corpi dei propri cari, le loro ceneri.

In India l’acqua è un centro nevralgico d’incontri. In pochi metri si può incontrare qualcuno che all’acqua va per lavarsi, per pregare, per ringraziare la buona sorte, per dare l’estremo saluto. E nell’acqua qualcuno rovista sempre, alla ricerca di qualcosa che qualcun altro ha donato al fiume.

Giuseppe ci racconta di come il loro viaggio, ad un certo punto, cambi forma, “senso”.

Ci racconta di Paola: un’amica che voleva andare in India con loro, ma che non potrà essere della compagnia, il suo lavoro la porta ad essere nel Kosovo. Il 12 novembre del 1999 Paola morirà, mentre Giuseppe, e quelli che dovevano essere anche i suoi compagni, hanno intrapreso il loro lungo viaggio.

Da quel momento, il Viaggio si trasforma. Non ha più la dimensione dell’avventura. Diventa un viaggio intimo. Un viaggio nella propria anima.

Ascolta, dalle stesse parole di Giuseppe Cederna, il racconto di quel momento:

 

Casualmente arrivano a Bārsu, un piccolo villaggio a duemila metri di altezza. Un ragazzino li accoglie: Ravi. Sarà la loro guida.

Lontano da casa Giuseppe riscopre i propri desideri, sorride alle mancanze.

Le immagini della sua infanzia in Valtellina si sovrappongono a quelle di questo paesino a duemila metri di altezza. A volte, bisogna andare lontano dalla routine della propria vita per accorgersi di sé. Per sentire cosa ti manca. Per capire quello che è stato e per sorridere a quello che sarà.

Nel 2005 Giuseppe ritornerà a Bārsu. Ravi è cresciuto. È diventato una guida.

Sarà Ravi che, durante una camminata gli farà notare un uomo, molto giovane con un neonato in braccio. La madre è morta di parto. Tante donne a Bārsu muoiono di parto. Troppe.

A Bārsu non esiste un’infermeria, il primo ospedale è a due ore di macchina, che quasi nessuno possiede.

Così, donne e bambini, la spina dorsale di questo piccolo paesino di seicento persone, la parte più fragile e nevralgica di questa - e di tutte le - società, muoiono per mancanza di cure, per mancanza di pratiche sanitarie. Le cure sanitarie che dovrebbero essere dovute. Ma non ne esiste la possibilità qui a Bārsu.

«Possibile? Si domanda Giuseppe. Che cosa posso fare io? Adesso che sono qui, come posso aiutarli?»

Dal diario di Giuseppe si legge:

“Viaggiare in India è sempre una prova. La povertà di questo posto è inimmaginabile ed è superficiale e stupido liquidare la questione dicendo che gli indiani la vivono con rassegnazione. Non c’è nessuna rassegnazione nella povertà indiana, ma non c’è neppure angoscia. Piuttosto una misteriosa capacità di sopravvivenza e il desiderio di poter creare sempre qualcosa di bello: penso a chi ruba i fiori sulle tombe e ne fa composizioni splendide da vendere sul ciglio della strada. Ecco, questo tentativo di non soccombere mai per me è sacro”

E’ questo lo spirito con la quale si domanda cosa rimarrà di noi dopo la nostra morte. Forse Giuseppe ha trovato la sua risposta.
Torna a casa. Ma non dimentica: l’India, Bārsu, il ragazzo giovane con suo figlio gli rimangono nel cuore. Le immagini rimangono impresse.

Riparte: destinazione Bārsu.
Nel frattempo, Ravi ha aperto un campo tendato, dove ospitare i turisti che accompagnerà tra le montagne e ha fondato, con un comitato misto del suo villaggio, Fulya Samiti, Comunità Germoglio, una ONG il cui scopo sarà di migliorare le condizioni di salute delle donne e dei bambini.

Dal 2008 un gruppo di donne tra i sedici e i ventiquattro anni ha intrapreso un programma di formazione medico-sanitario. Per alcune di loro sta per trasformarsi in un vero e proprio lavoro. Un lavoro che le renderà indipendenti, con 120 euro al mese. Indipendenti ed in grado di aiutare altre donne del proprio villaggio e dei villaggi limitrofi. È un grande impegno, una grande presa di coscienza.

Una rivoluzione nata dall’interno. Un nuovo modo di concepire la vita. Il dare importanza alla salute, al proprio corpo. Nasce un nuovo rispetto, il rispetto del sé, della propria vita. Unica e preziosa.

Giuseppe e i suoi compagni di viaggio fondano una Onlus: “Una Cosa Giusta Giampiero Bianchi” (questo l'indirizzo e-mail: unacosagiusta@gmail.com e questo il link della pagina facebook per la raccolta delle sottoscrizioni). Giampiero Bianchi è, era, un amico di Giuseppe. Giampiero che al telefono, quando gli veniva chiesto come stesse rispondeva sempre, dopo una lunga pausa, “una cosa giusta”.

Giampiero che fu felice compagno di viaggio di Giuseppe, tra le montagne dell’Himalaya, vive nei ricordi dei suoi cari e nel progetto di questa Onlus a lui intitolata.

Prima di mostrarci una piccola testimonianza di quel mondo, a ben rappresentare lo spirito e le emozioni che lo hanno mosso, Giuseppe ci legge, con grande intensità e passione, alcuni brani del bellissimo racconto di Sherwood Anderson “Quando qualcosa ci sta a cuore”.

Ascolta la lettura del racconto, dalle parole di Giuseppe Cederna:

 

Conclusa questa affabulante introduzione, che ci ha letteralmente “trasportati” e fatto entrare nella sua India, e nella sua avventura umana Giuseppe presenta il documentario realizzato con Rocco Soldini.

Colori, immagini, dialoghi si diffondono nella libreria. Tutti tacciono. Le immagini ci portano nel mondo che fino ad ora, solo le parole di Giuseppe ci hanno raccontato e fatto immaginare.

Come anticipato: “le immagini raccontano una storia”.


Il video originale di “Una Cosa Giusta” (da youtube)

A conclusione dell'incontro, Giuseppe ci racconta anche qualcuna delle “curiose” avventure vissute in quei viaggi. Racconti che sono riportati anche nel suo libro “Il Grande Viaggio”. Riportiamo l'episodio dei “beatles” (ma - in questo caso - non è il famoso quartetto di Liverpool!)

«È inverno inoltrato, sono le sei del pomeriggio, Giuseppe e Giampiero si trovano in un Asham, un luogo di meditazione, un piccolo convento, senza muri, con un cancelletto e all’interno una montagnola proprio sopra il Gange. Ci accoglie un grande personaggio gandhiano, che aveva combattuto tutta la vita contro una diga la quale aveva cancellato centinaia di villaggi. Centinaia di storie, tradizioni, case. La casa, che universalmente è il luogo della famiglia, il posto sicuro in cui far ritorno. Trascorrono in questo luogo tre giorni. Tre giorni di pace, lontano da tutti.

L’ultima sera vengono invitati in cucina, a cenare in famiglia. La cucina è piccola, bassa con il pavimento in terra battuta. Ci sono donne e bambini intimoriti dalla loro presenza. L’unico rumore percepito è quello di una lampada a gas. Poi improvvisamente sentono un canto, una preghiera. Giampiero intona la canzone e non conoscendo le parole dice solo op op. I bambini sorridono. È uno strano modo di comunicare. In tavola le donne portano chapati, riso, patate rosa e un pasticcio di verdure miste. Mangiano senza parole, senza conoscersi. Rumori di posate. Tac. Qualcosa è caduto per terra. Giuseppe cerca sul pavimento ma non vede nulla. Istintivamente Giuseppe guarda verso l’alto. Il soffitto è un cielo di scarafaggi. Continuano a mangiare. Una donna domanda “ancora un po’ di riso?”, “Ma si grazie.”»

La storia di Giuseppe si conclude, ma... il suo viaggio continua!
E sull'onda della stessa emozione - da cui siamo oramai completamente “avvolti” - augura a tutti un “Buon Viaggio”.

AlessandraB & la redazione

© 2012 imieilibri.it



http://www.youtube.com/watch?v=8DXLmnaNOAo

 

 


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