Giacomo Leopardi. Il pessimismo, l’ironia, la speranza

L'approfondimento...

Giacomo Leopardi

Il pessimismo, l'ironia, la speranza

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?”

(da
“Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”)

Una madre autoritaria e anaffettiva, un padre conservatore amante della cultura, una sterminata biblioteca domestica in cui trovare storie, voci, saperi e orizzonti che l'opprimente realtà del borgo di Recanati precludeva: Giacomo Leopardi nasceva il 29 giugno 1798 e da sempre per lui lo studio fu ricerca profonda e ossessiva di un senso ulteriore delle cose. Un tentativo – forse paradossale – per uscire dalle pareti domestiche chiudendosi in una stanza a legger libri.  

Ancora neppure adolescente, tra il 1809 e il 1816 vivrà i suoi “sette anni di studio matto e disperatissimo” – come lui stesso li definì –, seduto a una scrivania a fagocitare volumi di filologia e scienza, filosofia e classici; a stendere operette poetiche, traduzioni, trattati. Anni compulsivi, di una determinazione folle, che lo portarono a impadronirsi di tutto il sapere contenuto nella biblioteca paterna. E a rendersi conto che quella casa, e quel mondo, gli stavano stretti.

L'insoddisfazione personale la vedeva riflessa anche nella realtà esterna, nelle sorti di un'Italia mediocre e rassegnata al dominio straniero, appiattita nello spegnersi degli slanci eroici e delle idealità. Il presente è grigio e fangoso, lontano da quella vitalità del mondo classico il cui recupero sarebbe l'unico antidoto alla crisi contemporanea: siamo nella fase del pessimismo storico, quando Leopardi è convinto che la negatività della condizione umana non sia un dato di natura, ma qualcosa di legato a una particolare epoca – la sua –, colpevole di essersi allontanata da uno stato di felicità primigenia.

Come si legge negli appunti dello “Zibaldone”, questa riflessione è strettamente collegata alla teoria del piacere, che l'autore andava definendo in quegli anni e che vedeva in ogni comportamento umano l'aspirazione a un piacere destinato a rimanere insoddisfatto, perché orientato non verso oggetti concreti e raggiungibili, ma verso una realtà vaga e indefinita, un “oltre”, che esiste soltanto nell'immaginazione. Ora, grazie al modernismo e al progresso, i contemporanei avevano spazzato via le “illusioni” e i miti degli antichi, senza però riuscire a produrre altri simboli sufficientemente forti. Gli uomini moderni, fieri del loro razionalismo, hanno perso il potere dell'immaginazione, e questo li condanna all'infelicità.

È un pessimismo “attivo”, carico di rabbia verso l'immobilismo e di desiderio di risvegliare virtù che sembrano ormai perdute: in questa direzione, la strada che Leopardi indica è il ritorno allo spirito classico, alla capacità di sentire le cose e di indignarsi, di lottare per il cambiamento. Sul  piano letterario è il momento della poesia, della lirica come canale privilegiato del vago e dell'indefinito, delle grandi “illusioni” che sole possono scuotere l'uomo e spingerlo verso grandi traguardi. Nascono così le canzoni civili e patriottiche dell'autunno 1818 -All'Italia e Sopra il monumento di Dante che si prepara a Firenze-, e quella del 1820 Ad Angelo Mai, tutta giocata sul contrasto fra i generosi eroi del passato e il nulla che avvolge il presente. E poi – tra il '19 e il '21 – nascono gli idilli, quali La sera del dì di festa , Alla luna e L'infinito.

Succede però qualcosa. Succede che nel 1822 Leopardi riesce finalmente a uscire da Recanati, andando a trovare degli zii materni a Roma.
Ma il contatto con la città simbolo dell'era classica lo delude: neanche nel fasto dei monumenti e delle antiche rovine trova quella grandezza che aveva immaginato, e torna a Recanati con un senso di sconfitta. Il pessimismo sulla condizione umana si approfondisce e diventa più complesso: impossibile e inutile il recupero del passato, perché la condanna alla sofferenza non è propria di questo o quel secolo, di questa o quella società, ma è un tratto che accomuna il genere umano nel suo insieme. La svolta si concretizza fra il '23 e il '24 e segna il passaggio dal pessimismo storico a quello cosmico: non più forza vitale e fonte di benigne illusioni, la natura è vista al contrario come una “matrigna”, che nei suoi cicli di costruzione e distruzione agisce in maniera del tutto cieca e indifferente, senza alcun piano finalistico che riguardi i destini dell'uomo. 

La scoperta di quest' “amaro vero”, di quest'infelicità radicale, spegne la forza delle grandi illusioni e l'ispirazione poetica: Leopardi non riuscirà più a scrivere poesie, indirizzandosi invece verso la filosofia, con la prosa delle “Operette morali” (1824), attraversate da una vena ironica e dall'amara presa in giro di chi crede che l'uomo sia il padrone dell'universo.
Nel Dialogo della Natura e di un Islandese, interrogata sulle sofferenze dell'uomo la natura risponde:

“Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”

Tagliente la satira dell'antropocentrismo anche in altre due operette qualiDialogo d'Ercole e di Atlante, in cui i protagonisti giocano a palla con il globo terrestre; e il Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo , dove si racconta della sparizione di tutti gli uomini dalla Terra, mentre la natura continua a fare il suo corso.

Il ritorno alla poesia ci sarà nel 1828 con i “grandi idilli”, ma la funzione dei versi non è più – come nella prima fase – risvegliare la virtù e spingere alla lotta, quanto ricordare ciò che è ormai definitivamente perduto. Il vago e l'indefinito diventano evocazione nostalgica della gioventù, dell'amore, di illusioni cui ripensare con dolcezza, come a cose lontane, di altri mondi. è il clima di A Silvia; La quiete dopo la tempesta ; Il sabato del villaggio; “Il canto notturno di un pastore errante dell'Asia”, con le sue domande senza risposta alla luna; e Il passero solitario, con la solitudine del poeta che vive la giovinezza senza prender parte alla vita degli altri.

“Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E' lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
[…]
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo”
(da “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”)

 

Il suo testamento poetico Leopardi lo affida alla canzoneLa ginestra : in un paesaggio arido e devastato, su cui incombe la minaccia del Vesuvio, questo fiore del deserto è il simbolo della resistenza tenace della vita, pur destinata a piegarsi davanti alla morte e al ciclo della natura.
Un appello agli uomini che, consapevoli della loro condizione, riscoprono lo spirito di fratellanza, aiutandosi a vicenda a sopportare la sofferenza
.

Francesca M

© 2012 imieilibri.it



Nando Gazzolo legge “L'infinito” di Giacomo Leopardi

 

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