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“Chino gli occhi sul mio libro
Leggo e penso, leggo e vedo
Leggo e sogno, leggo e viaggio
Alzo gli occhi sul paesaggio
Leggo il cielo, leggo il mondo
Faccio un bel respiro fondo
Chino gli occhi, leggo ancora
Sto leggendo già da un’ora
Leggo su, leggo giù
Chiudo il libro e non leggo più
Vado giù nel cortiletto
Per giocare a ciò che ho letto…”

(Bruno Tognolini, “Filastrocca del Buon Leggere”,
da “Filastrocche della Melevisione” - Amazon/laFeltrinelli/IBS/inMondadori)
Dedichiamo questa pagina alla figura di Roberto Denti, fondatore della prima libreria italiana per ragazzi, scomparso un anno fa (21 maggio 2013), che amava ricordare: «La lettura è come l’albero, non fiorisce a comando…» e a Tutti coloro che si dedicano con grande passione alla letteratura per ragazzi, fondamentale, per il futuro di tutti noi!

Approfondimenti & Speciali...
Simboli, corrispondenze, colpi di dadi: la parola-formula magica nella poesia di Mallarmé (di extra-letture...) extra-letture...

Tra gli anni Settanta e Novanta dell’Ottocento (!), il mondo stava cambiando!
Cambia sempre, in realtà, il mondo, ma quella volta in modo più radicale, più evidente, con una determinazione quasi violenta.
Il binomio, scienza-industria, non era più solo una questione di economia, di salari, di materie prime e catene di montaggio: divenne un modello, una cosa che entrò nella testa degli uomini convincendoli del fatto che potevano controllare non solo il passaggio dalla materia prima al prodotto finito, ma le leggi stesse dell’universo e il ritmo della storia, che avrebbero fatto andare dove volevano loro, cioè sempre, indefinitamente, in avanti...
Il linguaggio poetico subisce così una rivoluzione che va sotto il nome di Simbolismo e che ha in Stéphane Mallarmé uno dei maggiori artefici. [...]


Charles Dickens, 200 anni dopo: “storia di uno scrittore in bianco e (fumosamente) nero” (di Ada Rocha)Ada Rocha

«Buon Natale, Zio! un allegro Natale! Dio vi benedica!» - gridò una voce gioconda. Era la voce del nipote di Scrooge, piombato nel banco così d’improvviso che lo zio non lo aveva sentito venire.
 
«Eh via!»
- rispose Scrooge - «sciocchezze!»
 
S’era così ben scaldato, a furia di correre nella nebbia e nel gelo, cotesto nipote di Scrooge, che pareva come affocato: aveva la faccia rubiconda e simpatica; gli lucevano gli occhi e fumava ancora il fiato.
 
«Come, Zio, Natale una sciocchezza!»
- esclamò il nipote di Scrooge. « Voi non lo pensate di certo»
 
«Altro se lo penso!»
- ribatté Scrooge.
« Un Natale allegro! O che motivo hai tu di stare allegro? Che diritto? Sei povero abbastanza, mi pare»
 
E' proprio lui, l’indimenticabile signor Scrooge! Anche solo leggendo queste poche battute estrapolate dalla prima strofa, tutti possiamo riconoscere l’inconfondibile “Canto di Natale”.
Pubblicato nel 1943, valse a Dickens un calore commovente da parte del pubblico più umile: numerosissime, secondo le parole del suo amico e biografo John Forster, furono le lettere da parte di ammiratori semplici e non di certo letterati, a testimoniare ancora una volta quanto l’autore parlasse a nome di chi non aveva voce.
 
Del resto, Charles Dickens, di cui si è commemorato quest'anno il bicentenario della nascita, l'asprezza della vita nell'Inghilterra del XIX secolo l'aveva provata in prima persona.
E la sua personale esperienza si sarebbe poi riflessa in tutti i successivi lavori, in cui tornerà ad attingere copiosamente dai suoi ricordi più dolorosi, dal periodo infelice che tanto lo avvicinava alle sofferenze della classe lavoratrice in piena rivoluzione industriale, come “David Copperfield” e “Oliver Twist”
 
Come ebbe a dire Vincent Van Gogh: “There is no writer, in my opinion, who is so much a painter and a black-and-white artist as Dickens. His figures are resurrections.”/“Non c’è autore, a mio avviso, che sia tanto pittore e artista in bianco e nero quanto Dickens. I suoi personaggi fanno rinascere.”. [...]


“Non si esce dalla rappresentazione” – L’Enrico IV e la finzione a ciclo continuo nell’opera di Pirandello (di Francesca M)Francesca M

«Come a voi appajono travestiti loro, così a lui, nei nostri panni, appariremmo travestiti noi»
 
Il mondo che Luigi Pirandello ci ha restituito, con quasi tutta la sua opera, è un mondo “fuori di chiave”, con gli accordi saltati, le armonie che non reggono, i suoni che non stanno insieme pacificamente.
E' il mondo del Novecento, simile a una chitarra scordata, a un pianoforte con i bianchi e i neri invertiti.
 
In particolare, con il suo teatro Pirandello mostra come la finzione non sia prerogativa del palcoscenico e non appartenga solo agli attori che recitano consapevolmente, per mestiere.
Finzione, al contrario, è l’intera dimensione sociale del vivere dell’uomo, calato da convenzioni che lo precedono in una rappresentazione senza fine, in uno spettacolo a ciclo continuo che lo costringe a vestire un ruolo e a comportarsi di conseguenza, a darsi un nome, un’identità cartacea e burocratica, un io legale e anagrafico che permetta agli altri e a se stesso di riconoscersi. [...]